Il 71% parte, il 9% arriva: cosa succede in mezzo
Il 71% delle grandi imprese italiane ha progetti AI attivi, solo il 9% ha una governance strutturata (Osservatorio PoliMi, febbraio 2026). Perché il divario si apre, cosa lo chiude, e cosa rischia chi resta nel mezzo.
Il 71% delle grandi imprese italiane ha progetti AI attivi, solo il 9% ha raggiunto una governance strutturata (Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano, febbraio 2026). Il divario tra i due numeri non descrive aziende in ritardo. Descrive aziende che hanno iniziato, in tanti casi anche bene, e che si sono fermate in un punto intermedio dove l'AI produce attività senza produrre ancora un sistema.
L'ISTAT racconta la stessa distanza da un'altra angolazione: nel 2024 l'8,2% delle imprese italiane aveva adottato tecnologie di intelligenza artificiale, contro una media europea del 13,5%. Non è un problema di curiosità o di budget disponibile, l'Italia investe, sperimenta, avvia pilot in ogni settore. È un problema di cosa succede dopo il primo progetto, quando l'entusiasmo dell'avvio incontra la mancanza di un metodo per governare quello che viene dopo.
L'AI dei dipendenti arriva prima delle policy che dovrebbero coprirla
Un'analisi pubblicata a maggio descrive un fenomeno che nei nostri assessment vediamo con regolarità impressionante: gli strumenti AI usati ogni giorno dai dipendenti corrono più veloci delle policy pensate per governarli. Chi lavora cerca un modo più rapido per scrivere un report, riassumere un contratto, preparare una presentazione, e trova quel modo in un tool che l'azienda non ha mai valutato, spesso senza nemmeno saperlo.
Il caso più citato resta quello di Samsung nel 2023: dipendenti che, per velocizzare il proprio lavoro, avevano caricato codice sorgente proprietario in un chatbot pubblico, senza alcuna intenzione di causare un danno, semplicemente perché quello strumento funzionava e nessuno aveva detto di no. Tre anni dopo lo scenario si è moltiplicato, non ridotto: più strumenti disponibili, più dipendenti abituati a usarli fuori dal perimetro aziendale, e una distanza tra adozione informale e governance formale che in molte organizzazioni resta identica a prima.
Il 71% misura l'iniziativa, il 9% misura il controllo
I due numeri dell'Osservatorio non sono in contraddizione, misurano cose diverse. Il 71% conta chi ha avviato qualcosa, un pilot, un progetto pilota in un reparto, un accordo con un vendor. Il 9% conta chi sa, con evidenze verificabili e non con la sensazione di averlo fatto, dove quei sistemi sono in uso, chi ne è responsabile, quali rischi comportano e con quale frequenza vengono controllati.
Nel nostro AI Rating questa distanza corrisponde quasi sempre a un pattern preciso: punteggi alti su Readiness e Confidence, perché l'azienda ha voglia di innovare e il management ci crede, e un punteggio basso su Risk, la dimensione che misura compliance, gestione del rischio, presenza di un registro dei sistemi AI in uso. È un gate critico, non compensabile, un'eccellenza tecnica altrove non lo pareggia. Un'azienda che innova con entusiasmo ma non sa elencare i propri sistemi AI resta bloccata in classe C, indipendentemente da quanto sia avanti sulla carta.
Cosa distingue chi chiude il divario
Le organizzazioni che passano dal 71% al 9%, cioè che trasformano l'iniziativa sparsa in governance reale, hanno in comune un passaggio preciso: smettono di trattare ogni progetto AI come un caso a sé e costruiscono un registro unico, un punto dove ogni sistema in uso viene mappato con lo stesso livello di dettaglio, chi lo ha attivato, con quali dati lavora, quale livello di rischio comporta secondo la classificazione dell'AI Act, chi risponde se qualcosa va storto.
Questo passaggio non richiede necessariamente più budget. Richiede una decisione organizzativa, spesso presa a livello di board, che l'AI smette di essere gestita reparto per reparto e diventa un capitolo unico della governance aziendale, con un responsabile identificato e un processo di revisione periodico. Le aziende che lo fanno prima, lo fanno perché hanno misurato la propria situazione reale invece di darla per scontata, e la misurazione, quasi sempre, è il primo passo che manca.
Il rischio di restare nel mezzo
Restare nel gruppo del 71% senza muoversi verso il 9% non è una posizione neutra, è un rischio che cresce nel tempo. Ogni mese che passa senza un registro dei sistemi AI aumenta il numero di strumenti in uso non mappati, e con il decreto che inserisce l'intelligenza artificiale tra i reati presupposto del d.lgs. 231/2001 in dirittura d'arrivo, la distanza tra adozione informale e modello organizzativo adeguato smette di essere un tema di efficienza e diventa un tema di esposizione legale per l'ente.
La domanda che vale la pena porsi prima che il divario si allarghi ulteriormente è semplice da formulare e scomoda da rispondere con onestà: se un revisore, un board o un giudice chiedesse oggi l'elenco completo dei sistemi AI in uso in azienda, con relativo livello di rischio e responsabile, quella lista esisterebbe già, oppure andrebbe costruita da zero in fretta e furia.